
La Corte europea ha statuito che l’esposizione dei crocifissi nelle aule di scuola “è contraria al diritto dei genitori di educare i figli in linea con le loro convinzioni e con il diritto dei bambini alla libertà di religione”. Un sondaggio su corriere.it ha messo in luce che dei circa 40mila votanti, il 56,5% ha apprezzato la sentenza. Segno (ennesimo) che i cittadini sono molto più laici dei partiti?
Nessuno ha potuto controbattere alla sentenza nel merito usando argomenti tecnico-giuridici, ma si è preferito glissare con un po’ di sano vittimismo, in un Paese in cui si è abituati a gridare all’anticlericalismo e ad avere tutti i mezzi di comunicazione pronti ad accorrere in soccorso. E’ stato così smascherato come il mondo dei partiti italiano sia ancora una volta tutto unito, da destra a sinistra, da Mantovano a Bersani, soprattutto quando si tratta di tradire i principi di laicità. Si è parlato di sentenza politica, si è gridato al relativismo come causa di tutti i mali del nostro tempo, si è parlato di intolleranza laicista che tenderebbe a liberarci da una antica tradizione. Probabilmente nemmeno Benito Mussolini, quando decise negli anni 20 di emanare i decreti con i quali si introducevano i crocifissi nelle scuole e nelle aule di tribunale, avrebbe mai immaginato che quasi un secolo dopo la partitocrazia italiana sarebbe stata quasi tutta sulle sue stesse posizioni.
Quando frequentavo la scuola elementare, c’era l’usanza a dir poco violenta e irrispettosa di far recitare a tutti la preghiera, all’inizio e alla fine della lezione. Sembra poco, eppure immaginate quanto potesse essere “antipatico” per un bambino appartenente ad un’altra religione non sapere una parola di quella preghiera perché figlio di genitori atei o diversamente credenti. Ma, soprattutto, cosa c’entra l’ ”Ave Maria” o il “Padre nostro” con la scuola? Questa usanza è fortunatamente scomparsa e la cosa credo abbia prodotto solo effetti positivi.
Ma oggi, è davvero incredibile e insopportabile che si possa comparare la croce alla foto del Presidente della Repubblica che pure campeggia in ogni aula di scuola: l’una rappresenta una comunità di fedeli (quand’anche maggioritaria, questo non dovrebbe cambiare i termini della discussione, se accettiamo i principi di una democrazia liberale rispettosa di ogni individuo e ogni minoranza), l’altra rappresenta tutti i cittadini di questo Paese; è davvero paradossale che chi invoca la laicità delle istituzioni pubbliche debba essere tacciato di intolleranza e violenza solo perché sostiene che i luoghi pubblici non devono contenere riferimenti religiosi; è formidabile che qualcuno possa poi confondere un simbolo personale (pensiamo alla croce in una collana o anche al velo, simboli che si scelgono e si indossano individualmente) con un simbolo collettivo qual è la croce (affissa in un’aula scolastica) nella quale invece si presume che tutti dovrebbero riconoscersi. Insomma, davvero gli argomenti per difendere il mantenimento di una simile “tradizione”(come l’ha chiamata Bersani) sono scarsi, poco presentabili e soprattutto latitano.
Ma mi si dica, in conclusione: chi è l’intollerante, chi chiede il rispetto delle diversità o chi impone la propria fede agli altri?
Nessuno ha potuto controbattere alla sentenza nel merito usando argomenti tecnico-giuridici, ma si è preferito glissare con un po’ di sano vittimismo, in un Paese in cui si è abituati a gridare all’anticlericalismo e ad avere tutti i mezzi di comunicazione pronti ad accorrere in soccorso. E’ stato così smascherato come il mondo dei partiti italiano sia ancora una volta tutto unito, da destra a sinistra, da Mantovano a Bersani, soprattutto quando si tratta di tradire i principi di laicità. Si è parlato di sentenza politica, si è gridato al relativismo come causa di tutti i mali del nostro tempo, si è parlato di intolleranza laicista che tenderebbe a liberarci da una antica tradizione. Probabilmente nemmeno Benito Mussolini, quando decise negli anni 20 di emanare i decreti con i quali si introducevano i crocifissi nelle scuole e nelle aule di tribunale, avrebbe mai immaginato che quasi un secolo dopo la partitocrazia italiana sarebbe stata quasi tutta sulle sue stesse posizioni.
Quando frequentavo la scuola elementare, c’era l’usanza a dir poco violenta e irrispettosa di far recitare a tutti la preghiera, all’inizio e alla fine della lezione. Sembra poco, eppure immaginate quanto potesse essere “antipatico” per un bambino appartenente ad un’altra religione non sapere una parola di quella preghiera perché figlio di genitori atei o diversamente credenti. Ma, soprattutto, cosa c’entra l’ ”Ave Maria” o il “Padre nostro” con la scuola? Questa usanza è fortunatamente scomparsa e la cosa credo abbia prodotto solo effetti positivi.
Ma oggi, è davvero incredibile e insopportabile che si possa comparare la croce alla foto del Presidente della Repubblica che pure campeggia in ogni aula di scuola: l’una rappresenta una comunità di fedeli (quand’anche maggioritaria, questo non dovrebbe cambiare i termini della discussione, se accettiamo i principi di una democrazia liberale rispettosa di ogni individuo e ogni minoranza), l’altra rappresenta tutti i cittadini di questo Paese; è davvero paradossale che chi invoca la laicità delle istituzioni pubbliche debba essere tacciato di intolleranza e violenza solo perché sostiene che i luoghi pubblici non devono contenere riferimenti religiosi; è formidabile che qualcuno possa poi confondere un simbolo personale (pensiamo alla croce in una collana o anche al velo, simboli che si scelgono e si indossano individualmente) con un simbolo collettivo qual è la croce (affissa in un’aula scolastica) nella quale invece si presume che tutti dovrebbero riconoscersi. Insomma, davvero gli argomenti per difendere il mantenimento di una simile “tradizione”(come l’ha chiamata Bersani) sono scarsi, poco presentabili e soprattutto latitano.
Ma mi si dica, in conclusione: chi è l’intollerante, chi chiede il rispetto delle diversità o chi impone la propria fede agli altri?

